29.08.2012

"la politica non è che aspirazione al potere

e monopolio legittimo dell'uso della forza"

(Max Weber)

Giuseppe Garibaldi

"L'IMPRESA DEI MILLE E L'INSURREZIONE DI ALCARA"

Risultati immagini per Francesco II di Borbone Re delle due Sicilie e la Regina consorte Maria Sofia di Baviera immagineRisultati immagini per Francesco II di Borbone Re delle due Sicilie e la Regina consorte Maria Sofia di Baviera immagine

Francesco II di Borbone Re delle due Sicilie e la Regina consorte Maria Sofia di Baviera

 

Nell'assolato pomeriggio del 16 agosto 2012, presso l'affollato salone parrocchiale "San Giovanni" in Alcara Li Fusi (ME.), presente il Sindaco dr. Nicola Vaneria e l'Arciprete Don Guido Passalacqua, è stato presentato dal Prof. Federico Martino, Docente di Storia del Diritto Italiano presso L'Università degli Studi di Messina il volume di Mons. Gaetano De Maria "L'IMPRESA DEI MILLE E L'INSURREZIONE DI ALCARA". Moderatore il prof. Orazio Antonio Faraci.

"Durante l'impresa dei Mille in Sicilia l'insurrezione di Alcara fu la prima e la più cruenta. Un manoscritto coevo inedito consente una nuova rilettura di quegli storici eventi"

demariamartino

Al centro Mons. Gaetano De Maria autore de "L'impresa dei mille e l'insurrezione di Alcara" - Il presentatore Prof. Federico Martino Docente di Storia del Diritto Italiano presso l'Università degli Studi di Messina

L'11 maggio 1860 Garibaldi sbarca sotto copertura nel porto di Marsala con i suoi Mille e, con l'appoggio dei “picciotti” siciliani ben retribuiti, che si uniscono alla spedizione ed alla promessa formalizzata con decreto del 2 giugno di soccorso ai bisognosi e della tanto attesa divisione delle terre, conquista l'Italia meridionale sottraendola a Francesco II di Borbone Re delle due Sicilie, per consegnarla poi a Vittorio Emanuele.

Nell'entroterra siciliano si erano, dunque, accese molte speranze di riscatto sociale da parte soprattutto della media borghesia e delle classi meno abbienti. Ad Alcara Li Fusi, così come a Bronte, sulle pendici dell'Etna, la contrapposizione era forte fra la nobiltà latifondista rappresentata dalla britannica Ducea di Nelson, proprietà terriera, e la società civile.

"Il 16 maggio del 1860 in Alcara Li Fusi, arrivò la notizia del vittorioso inizio dell'impresa dei mille in Sicilia per abbattere il Regno Borbonico dell'Italia meridionale e costruire l'unico Stato italiano. E subito un folto gruppo organizzò per il giorno seguente 17 un'esaltante manifestazione preceduta dalla bandiera tricolore, nottetempo preparata.

Al termine tuttavia, alcuni congiurati improvvisamente e tragicamente eliminarono tutti gli amministratori che avevano aderito al corteo, ma erano filo borbonici: undici morti ammazzati, sindaco in testa. Altri dodici, gli esecutori dell'eccidio, vennero processati e fucilati a Patti, per sentenza del Tribunale".

Il Prof. Federico Martino, nella presentazione dell'opera, pur apprezzando l'iportanza del "manoscritto inedito" si è discostato dal pensiero di G. Hegel citato nella prefazione dell'opera "La verità non si trova nella tesi nè nell'antitesi, ma nella sintesi che concilia entrambe", focalizzando l'attenzione del pubblico sul moto elicoidale della Storia (ogni nuovo ciclo non si limita semplicemente a sovrapporsi al precedente, ma progredisce verso una direzione vettoriale ben precisa), sulla cotestualizzazione storica dei tragici fatti di Alcara con le faide attuali, non mancando di sottolineare un preoccupante parallelismo tra le preoccupanti condizioni politiche di oggi e quelle prolusive del ventennio".

Dalla platea, l'avv. Biagio Spadaro, dopo avere apprezzato le bellezze mozzafiato di Alcara, ha citato il pensiero di Anton Pavlovič Čechov "Nella ricerca della verità gli uomini fanno due passi in avanti ed uno indietro... ma la sete della verità e la tenace volontà li spingono in avanti... in avanti... " evidenziando l'importanza dell'opera di Mons. De Maria, l'anologia sfociata in quei tragici fatti con gli eventi attuali ed il fascino della filosofia Marxista, data per spacciata dopo la caduta del muo di Berlino, da quel capitalismo sen'anima oggi chiaramente predestinato all'implosione e concludendo con le parole di Sandro Pertini "Mi dica, in coscienza, lei può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli ed educarli? Questo non è un uomo libero. Sarà libero di bestemmiare, di imprecare, ma questa non è libertà. La libertà senza giustizia sociale è una conquista vana."

Il 2 agosto 1860, al malcontento popolare si aggiunsero diversi sbandati e persone provenienti dai paesi limitrofi, tra i quali Calogero Gasparrazzo e scattò la scintilla dell'insurrezione sociale.

Fu così che a Bronte vennero appiccate le fiamme a decine di case, al teatro e all'archivio comunale. Quindi iniziò una caccia all'uomo e ben sedici furono i morti fra nobili, ufficiali e civili, tra cui il notaio Cannata gettato semivivo sul rogo, prima che la rivolta si placasse.

Il Comitato di guerra, creato in maggio per volere di Garibaldi e Crispi, decise di inviare a Bronte un battaglione di garibaldini agli ordini del genovese Nino Bixio per sedare la rivolta e fare giustizia in modo esemplare. Secondo Gigi Di Fore (Controstoria dell'unità d'Italia) ed altri studiosi, gli intenti di Garibaldi probabilmente non erano solo volti al mantenimento dell'ordine pubblico, ma anche a proteggere gli interessi commerciali e terrieri dell'Inghilterra (Bronte apparteneva agli eredi di Nelson), che aveva favorito lo sbarco dei Mille, e soprattutto a calmarne l'opinione pubblica.

Quando Bixio iniziò la propria inchiesta sui fatti accaduti larga parte dei responsabili era fuggita altrove, mentre alcuni ufficiali colsero l'occasione per accusare gli avversari politici.

Il tribunale misto di guerra, in un frettoloso processo durato meno di quattro ore, giudicò ben 150 persone e condannò alla pena capitale l'avvocato Nicolò Lombardo (che, acclamato sindaco dopo l'eccidio, venne ingiustamente additato come capo rivolta, senza alcuna prova), insieme ad altre quattro persone: Nunzio Ciraldo Fraiunco, Nunzio Longi Longhitano, Nunzio Nunno Spitaleri e Nunzio Samperi. La sentenza venne eseguita mediante fucilazione l'alba successiva: per ammonizione, i cadaveri furono lasciati esposti al pubblico insepolti.

 

 

bronte bixio

Bronte: cronaca di un massacro -------------------Nino Bixio

salone lifu alca

----salone parrocchiale S. Giovanni in Alcara Li Fusi sede della conferenza-----------------------------------------------------------------------------------------Banda Musicale di Alcara Li Fusi---------------------

lifusi alca licud

3 fotogrammi di Alcara Li Fusi

Le origini di Alcara sembrano risalire al XII sec. a. C., epoca in cui sarebbe sorto il primo nucleo di quella che è la cittadina attuale. Narrano, infatti, Plinio e Dionigi d’Alicarnasso che, dopo la distruzione di Troia, fra i seguaci di Enea vi fosse un certo Patrone, natìo della città di Turio e perciò detto Turiano, il quale, dopo essere sbarcato nel tratto di spiaggia che va da Acquedolci a S. Agata Militello, con molti suoi compagni si diresse verso l’entroterra, dove trovò un luogo ricco di sorgenti d’acqua e riparato dai venti. Vi costruì un castello, da lui detto Turiano, ove prese dimora, costituendo il primo nucleo del borgo Turiano che poi divenne Alcara. Sembra storicamente accertato che nel borgo di Castel Turiano abbia avuto i natali il pontefice Leone II che succedette nell’anno 682 al Papa Sant’Agostone. L’antico Castello Turiano fu sede Vescovile e si narra che lo stesso Pontefice Leone II, nell’anno 682, elevando il suo Paese natìo a sede Vescovile, donasse ad esso tutto il suo patrimonio personale costituito principalmente dalle terre nell’ex feudo San Giorgio, la contrada che oggi, in sua memoria, è denominata Papa – Leo.


Il nome potrebbe derivare dal greco “Alchar” che significa fortezza, o forse furono i nuovi conquistatori Arabi a dare il nome di “Akaret”.
Nell’anno 885 circa, i Saraceni occuparono e distrussero la città di Castro, prendendo anche il Castello Turiano, ma non lo distrussero in considerazione della sua posizione e solidità, impiegandolo come fortezza. I persiti Greci di Castro e di Dèmina ampliarono l’abitato di Turiano che così divenne una città piuttosto importante data l’avvenuta fusione dei territori e delle popolazioni di tre civiltà. Cessato il dominio Saraceno e affermatasi la dinastia Normanna, l’intero abitato assunse il nome di “Alcara” ed essendo compreso nella Valle Demona, si chiamò “Alcara Valdemone”. La denominazione di Alcara Valdemone rimase fino all’anno 1812 allorché il Comune assunse ufficialmente l’attuale nome di Alcara Li Fusi, in quanto all’epoca era fiorente l’industria dei “fusi” per filare la lana, la seta ed il lino.

Ma Alcara Li Fusi, oltre che per le bellezze naturalistiche del suo territorio e per il notevole patrimonio artistico, è conosciuta per la caratteristica festa del "Muzzuni" (brocca senza collo) del 24 giugno. In vari angoli del paese vengono predisposti degli altari con al cen-tro il muzzuni, consistente in una brocca o bottiglia mozzata adornata con ori gioielli e fazzoletti di seta dalla quale zampillano spighe di grano e giovani steli di garofano e lavanda. Gli altari sono addobbati con coloratissimi tappeti locali (le pizzare), vasi di fiori, lavuri e ricami. Una celebrazione che rievoca elementi paganeggianti in onore di Adone e Afrodite (dea della fertilità e dell'amore) le cui origini risalgono al IV e V secolo a.C. e che si è tramandata ininterrottamente fino ad oggi. In un clima di festa ed allegria, intorno al muzzuni si cantano in vernacolo canzoni di soggetto amoroso (spesso di tenore erotico scherzoso), si mangiano dolci preparati in casa, si combinano fidanzamenti e si stringono "comparanze" stringendo i mignoli e pronunziando la rituale formula:"iriteddu facitimi amari ca ni facimu cumpari. Soccu avemu ni spartemu, ma s'allura ni sciarriamu, semu cumpari e cumpari ristamu, finchè nun veni a morti e ni separamu"

 

cettj alcarass guardia

devoti di S. NICOLO' POLITI Patrono e Protettore di Alcara che hanno partecipato alla presentazione del volume di MONS. GAETANO DE MARIA

panoramica di Alcara Li Fusi

Biagio Spadaro

Telefax: 0932-820060  —  cell.338.8388966 — posta elettronica:  passanitello@giustiziaesfatta.com