P.n.58 dell'17.11.2009

COLA PESCE

 

cola

Alla tetraggine del medioevo fa contrappasso la bella leggenda di Nicola Pesces.
L'uomo per metà pesce dotato di branchie e dita palmate, è giocoso e senza paura e, nel XII secolo, si mitizza la sua capacità di stare sott'acqua per ore e giorni senza mai riemergere.

Della leggenda si sono occupati scrittori inglesi, come Mapes, poeti provenzali, come Jordan, Pontanus. 
A più riprese dal  XVII secolo ne hanno parlato dei gesuiti, come Padre Fournier, scrittori italiani e saggisti.  Nell'opera "Mundus subterraneus" (1665) del gesuita "Athanasius Kircher" sono riportate le prodezze del siciliano Pescecola che ai tempi di re Federico II, nel 1200, portava messaggi attraversando sott'acqua lo stretto di Messina.
Pitrè ha ricostruito molte leggende popolari, e nel XX secolo si sono interessate alle sue imprese Croce e Calvino.
Notevole pure l'attività letteraria dell'ultima metà del secolo ventesimo che ha narrato le imprese di Colapesce. 

Tuttora, scrittori, giornalisti e poeti si interessano di questo siciliano, divenuto il simbolo della dedizione e del sacrificio e, nell'immaginario dei Messinesi, Cola è ancora vivo e impegnato a sorreggere una delle tre colonne su cui poggia la Sicilia.

Pare che Nicola fosse dotato di un'apnea straordinaria e scendesse a profondità «inaudite».

In un mattino di maggio dell'anno 1140 il re Ruggero II , dall'alto del suo cavallo contemplava la città di Messia e tutto lo stretto dall'alto di punta del Faro.
Era la seconda volta che visitava la città, era tornato per motivi politici, ma anche e soprattutto perché attratto dalla fama di un giovane pescatore, chiamato Cola pesce, cui la fantasia popolare attribuiva pinne al posto delle braccia e branchie al posto dei polmoni, per la sua fama di nuotatore e di scrutatore degli abissi marini,dei quali, Cola raccontava storie meravigliose.
Ad ascoltare con il re e la corte vi era una principessa bellissima che non distaccava gli occhi da Cola, mentre narrava dei fiori e degli alberi del mare e delle straordinarie creature che vi abitavano.
Non a caso un'altra antica leggenda racconta che Messina fu fondata da due giganti i mitici Mata e Grifone, lei bianca come il latte e nativa del luogo, lui bruno come la pece si dice venuto dal mare quasi a simboleggiare gli abitanti di questa città, figlia del vento e del mare, erratici ogni qualvolta che la terra tremava coi suoi terremoti.
Cola pesce proseguiva nei suoi racconti, narrava come salvava navi ed equipaggi, guidandoli attraverso tempeste rifugiandole presso tranquilli porti.

Dettaglio di un mosaico raffigurante Ruggero II che riceve la corona da Cristo, Martorana, Palermo. Il mosaico reca l'iscrizione Rogerios Rex.

 

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Nicola fu l'ultimo dei numerosi fratelli: viveva con la sua famiglia a Messina, in una capanna vicino al mare e fin da fanciullo prese dimestichezza con le onde.

Quando crebbe e divenne un ragazzo svelto e muscoloso, la sua gioia era d'immergersi profondamente nell'acqua e, quando vi si trovava dentro, si meravigliava anche lui come non sentisse il bisogno di ritornare alla superficie se non dopo molto tempo. Poteva rimanere sott'acqua per ore e ore, e quando tornava su, raccontava alla madre quello che aveva visto: dimore sottomarine di città antichissime inghiottite dai flutti, grotte piene di meravigliose fosforescenze, lotte feroci di pesci giganti, foreste sconfinate di coralli e cosi via. La famiglia, a sentire queste meraviglie, lo prendeva per esaltato; ma, insistendo egli a restar fuori di casa, senza aiutare i suoi fratelli nella dura lotta per il pane, e vedendo che egli passava veramente il suo tempo dentro le onde e sotto il mare, come un altro se ne sarebbe andato a passeggiare per i campi, si preoccupò e cercava di scacciare quei pensieri strani dalla testa del figliuolo. Cola amava tanto il mare e per conseguenza voleva bene anche ai pesci: si disperava a vederne le ceste piene che portavano a casa i suoi fratelli, ed una volta che vi trovò dentro una murena ancora viva, corse a gettarla nel mare. Essendosi la madre accorta della cosa, lo rimbrottò acerbamente:

– Bel mestiere che sai fare tu! Tuo padre e i tuoi fratelli faticano per prendere il pesce e tu lo ributti nel mare! Peccato mortale è questo, buttare via la roba del Signore. Se tu non ti ravvedi, possa anche tu diventare pesce.

Quando i genitori rivolgono una grave parola ai figli, Iddio li ascolta e li esaudisce. Così doveva succedere per Nicola. Sua madre tentò di tutto per distoglierlo dal mare, e credendolo stregato, si rivolse a santi uomini di religione. Ma i loro saggi consigli a nulla valsero. Cola seguitò a frequentare il mare e spesso restava lontano giorni e giorni, perché aveva trovato un modo assai comodo per fare lunghi viaggi senza fatica: si faceva ingoiare da certi grossi pesci ch'egli trovava nel mare profondo e, quando voleva, spaccava loro il ventre con un coltello e così si ritrovava fuori, pronto a seguitare le sue esplorazioni. Una volta egli tornò dal fondo recando alcune monete d'oro e cosi continuò per parecchio tempo, fino a quando recuperò il tesoro di un'antica nave giacente sul fondo degli abissi marini.

La sua fama crebbe tanto, che quando nel 1140 venne a Messina il re Ruggero II , volle conoscere immediatamente lo strano essere mezzo uomo e mezzo pesce.

Egli si trovava su di una nave al largo, quando Cola fu ammesso alla sua presenza.

- Voglio esperimentare – gli disse l'Imperatore – quello che sai fare. Getto questa coppa d'oro nel mare; tu riportamela.

- Una cosa da niente, maestà, fece Cola, e si gettò elegantemente nelle onde.

Di lì a poco egli tornò a galla con la coppa d'oro nella destra. Il sovrano fu così contento che regalò a Cola il prezioso oggetto e lo invitò a restare con lui.

Un giorno gli disse:

- Voglio sapere com'è fatto il fondo del mare e come vi poggia sopra l'isola di Sicilia.

Cola s'immerse, stette via parecchio tempo; e quando tornò, informò l'Imperatore.

– Maestà, – disse – tre sono le colonne su cui poggia la nostra isola: due sono intatte e forti, l'altra è vacillante, perché il fuoco la consuma, tra Catania e Messina.

Il sovrano volle sapere com'era fatto questo fuoco e ne pretese un poco per poterlo vedere. Cola rispose che non poteva portar il fuoco nelle mani; ma il sovrano si sdegnò e minacciò oscuri castighi.

- Confessalo, Cola, tu hai paura.

- Io paura? – ribatté il giovane – Anche il fuoco vi porterò. Tanto, una volta o l'altra, bisogna ben morire. Se vedrete salire alla superficie delle acque una macchia di sangue, vuol dire che non tornerò più su.

Si gettò a capofitto nel mare, e la gente stava ad attendere col cuore diviso tra la speranza e la paura. Dopo una lunga inutile attesa, si vide apparire una macchia di sangue.

Cola era disceso fino al fondo, dove l'acqua prende i riflessi del fuoco, e poi più avanti dove ribolle, ricacciando via tutti i pesci: che cosa successe laggiù? Non si sa: Cola non riapparve mai più.

Qualcuno sostiene ch'egli non è morto e che è restato in fondo al mare, perché si era accorto che la terza colonna su cui poggia la Sicilia stava per crollare e la volle sostenere, cosi come la sostiene tuttora.

Ci sono anche di quelli che dicono che Cola tornerà in terra quando fra gli uomini non vi sarà, nessuno che soffra per dolore o per castigo.

BIAGIO SPADARO SARDO

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