17.02.2012

Il Governo sani “motu proprio” l’ingiustizia contro i docenti

Si trascrive di seguito pubblicazione del Prof. Giuseppe Grasso, condividendone appieno i contenuti, nell'augurio che il Governo provveda con tempestività a sanare l'errore in cui è incorso :

Le Commissioni Affari Costituzionali e Bilancio, riunite congiuntamente il 14 febbraio scorso al Senato, non hanno approvato, per pochissimi voti, l’emendamento 6.51 a firma del senatore Mercatali, emendamento che avrebbe consentito ai lavoratori della conoscenza in possesso della vecchia quota 96 (60 anni di età e 36 di contributi o 61 anni di età e 35 di contributi) di uscire dal lavoro il 1 settembre 2012 con le norme previgenti alla legge Fornero.

Abbiamo più volte spiegato che i lavoratori della scuola, rispetto agli altri dipendenti pubblici, hanno questa sola finestra di uscita per il pensionamento, che coincide con la fine del vecchio anno scolastico e con l’inizio di quello nuovo. Purtroppo, nel decreto legge salva-Italia, all’articolo 24 che regola le disposizioni in materia pensionistica, non viene nominata né messa in risalto la specificità del comparto scuola, come invece si è fatto opportunamente nelle precedenti riforme previdenziali. Tale errore/dimenticanza ha fatto sì che si perpetrasse una profonda ingiustizia nei confronti del personale docente ed ATA.

Chiediamo ora al Governo, dopo le irresponsabili defezioni (e astensioni) al Senato, di riparare “motu proprio”, e in tempi rapidi, a questo diritto al pensionamento. Tanto hanno chiesto i sindacati e tanto sono tornate a rivendicare, con battagliera incisività, la senatrice Mariangela Bastico e l’onorevole Manuela Ghizzoni, attente paladine dei lavoratori della scuola, le quali non intendono minimamente arretrare davanti a questa bocciatura irresponsabilmente dimentica delle 4000 persone che dovrebbero rimanere in servizio dai 4 ai 6 anni in più. E questo per l’assurda presa di posizione di uno sparuto gruppetto di senatori. Si tratterebbe di prorogare al 31 agosto del 2012 le vecchie norme utili per poter accedere al pensionamento e la copertura finanziaria sarebbe stata anche trovata.

La ministra Fornero, come sappiamo da fonti politiche, aveva auspicato una soluzione in tal senso dopo le iniziali ostilità. E di questo prendiamo atto. Tuttavia non si è addivenuti a nulla. Sarebbe il caso che il senatore a vita Monti, chiamato dal Capo dello Stato a governare in questo momento difficile, recepisse una simile richiesta del tutto lecita da parte di chi lavora nel mondo della scuola, un mondo la cui scansione cronologica, ribadiamo, è scandita sull’anno scolastico e non sull’anno solare. Mettere il termine 31 dicembre 2011 come limite per godere dei vecchi diritti non dà conto della particolarità della scuola. Ciò rende anzi più difficile, se non improbabile, un’armonizzazione tra la riforma previdenziale approvata a dicembre e i tempi di uscita dalla scuola, cadenzati al 31 agosto di ogni anno scolastico.

Si tratta, a detta di alcuni giuristi, di una iniquità in contraddizione con l’art. 3 della Costituzione che sancisce il principio di uguaglianza e che va a negare un diritto che, se andrà a buon fine l’eventuale ricorso collettivo annunciato dal nascente Comitato “Quota 96″, costerà allo stato molto denaro oltre alla sua stessa credibilità. L’emendamento presentato al Senato, per di più, se da un lato sarebbe andato a sanare la palese ingiustizia che si è venuta a creare, dall’altro avrebbe offerto una risposta concreta ai precari che sono in attesa di un “posto fisso” sbloccando provvidenzialmente il turn over delle giovani generazioni. 4000 posti, in una simile congiuntura, non sono certo da considerare pochi.

Un’ultima considerazione personale. I lavoratori della scuola, a nostro modesto avviso, non dovrebbero chiedere in ginocchio, con umiltà quasi implorante, questo loro diritto perché è il Governo – il quale ha commesso una simile dimenticanza – che dovrebbe garantirlo senza ulteriori tentennamenti. Possibile che nessun “tecnico” si sia accorto di un tale errore? La cosa è ancor più grave perché i “profili di anticostituzionalità”, invocati dall’ex ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni, continuano ad essere ignorati o non presi in considerazione con la dovuta oculatezza del caso. Se siamo ancora in uno stato di diritto, si abbia allora maggior coraggio politico e si intervenga una volta per tutte, con un altro retto intervento, a sanare la “stortura” che abbiamo denunciato più volte senza successo. È ora di agire. Ne va – ricordiamolo bene – dello stato di salute della nostra democrazia.

I lavoratori della conoscenza non possono e non devono essere più visti come la cenerentola della società. Sono i depositari del sapere e per questo dobbiamo tributar loro maggiore considerazione sociale. Smettiamola con questo atteggiamento mortificante e ignominioso nei loro riguardi, con questa ghettizzazione culturale. Mai sarebbe accaduta una cosa simile in Francia o in Germania. Dov’è, egregio senatore Monti, l’equità tanto sventolata dal suo Gabinetto? Il Governo dei tecnocrati è forse nemico della tradizione umanistica rinascimentale? Le università e le scuole sono forse meno importanti delle banche, delle industrie e delle consorterie finanziarie? Non è possibile ragionare freddamente e con distacco sulla sorte di chi educa i nostri giovani. La riforma delle pensioni non si fa solo al computer ma con il cuore rivolto verso chi aveva un progetto di vita e contro il quale si è commesso, spiace ripeterlo ancora, un tragico attentato.

Il Comitato “Quota 96″, se questo è davvero il suo nome, dovrebbe non solo rivendicare una revisione in sede governativa del differimento al 31 agosto 2012 per il diritto al pensionamento secondo le norme preesistenti al decreto legge salva-Italia. Dovrebbe sensibilizzare maggiormente la stampa e i media per avere una più intensa e capillare visibilità. Abbiamo fondate ragioni di credere che se si fosse trattato della classe dei medici o di altre categorie “produttive” un simile accanimento non ci sarebbe mai stato.

Giuseppe Grasso

 

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