IMPROCRASTINABILE L’ALLONTANAMENTO COATTO DEL VERTICE DELLA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI RAGUSA

by Biagio Spadaro Sunday, Aug. 07, 2005 at 2:02 AM

 

La vicende giudiziarie che coinvolgono il Procuratore della Repubblica di Ragusa sono ad una svolta cruciale,che rende improcrastinabile la sua rimozione.

 

Prima di aderire alle numerose e pressanti richieste di esponenti politici ed elettori di questa provincia oltre a quelle formulatemi con centinaia di mail pervenutemi dall’Italia e dall’estero, di piena conoscenza dei fatti accennati nell’articolo pubblicato il 15 maggio 2005 e leggibile sul sito http://italy.indymedia.org/news/2005/05/791351.php , ritengo opportuno lanciare un altro invito al Procuratore della Repubblica di Ragusa Fera Agostino.
E’ cosa buona e giusta oltre che codificata da una nutrita casistica, che chiunque rivesta cariche pubbliche, allorché viene indagato per fatti gravissimi inerenti il ruolo rivestito, si autosospenda dall’incarico, per fare operare serenamente la magistratura inquirente, spesso costretta ad emetterne ordini di custodia cautelare, di cui farebbe volentieri a meno, a causa dell’oggettivo rischio di inquinamento delle indagini.
Nel caso del procuratore Fera Agostino, l’autorimozione ( alla quale è già stato da me Parte Offesa invitato, nel precedente articolo e coram populi dal nord al sud Italia per le sue esternazioni sugli omicidi dell’Ing. Tumino e del Giornalista Spampinato e per quant’altro pubblicato in internet su vari siti, tra i quali http://www.leinchieste.com , e su quasi tutti i motori di ricerca ) è un atto dovuto all’Istituzione da egli rappresentata, al Presidente della Repubblica in quanto Presidente del C.S.M., Al Ministro di Grazia e Giustizia, al Presidente ed al Procuratore Generale della Corte di Appello di Catania, al Presidente ed a tutti magistrati ed avvocati del Palazzo di Giustizia di Ragusa, oltre che all’intera cittadinanza di questa provincia, un obbligo cui non può sottrarsi, da servire da buon esempio: quella che lui stesso da pubblico ministero avrebbe dovuto pretendere da chiunque si fosse trovato nelle sue attuali condizioni e senza la quale avrebbe dovuto farne seguire la carcerazione; quella che molti indagati hanno attuato per non fare precipitare le cose e lasciare operare serenamente la Magistratura e la Polizia Giudiziaria.
Non occorre essere tecnici del diritto per rendersi conto, come nella fattispecie, dell’imbarazzo dell’ inquirente Pubblico Ministero della Procura della Repubblica di Palermo, titolare del procedimento penale per calunnia ( art. 368 c.p. ) pendente nei confronti del suo collega Fera Agostino ( capo dei pubblici Ministeri della Procura Ragusana ) e complici, archiviato sulla base di un incredibile accertato errore, dallo stesso G.I.P. che ne aveva decretato supermotivatamente doversi procedere nei confronti del Fera e riattivato su segnalazione dello scrivente Parte Offesa, previa istruttoria dell’Avvocato Generale presso la Procura Generale palermitana; come anche del Pubblico Ministero e del G.I.P. della Procura messinese titolari del procedimento penale pendente nei confronti del Fera e complici, per abuso d’ufficio in concorso ( art.323 e 110 c. p. ) in danno dello scrivente, e non occorre essere scienziati di diritto e procedura penale, per intuire cosa pensano del Fera i quattro magistrati ( un p.m., un g.i.p., un g.u.p. ed un giudice monocratico ) del Tribunale di Reggio Calabria, che si trovano indagati in regime di proroga, dalla Procura della Repubblica di Catanzaro, per i reati di cui agli artt.323 e 110 c.p., consumati in danno dello scrivente, per aver reso possibile che il loro collega Fera Agostino si trasformasse nell’arco di anni, da indagato in parte offesa, in un procedimento penale perigliosamente approdato dal Tribunale di Messina a quello di Reggio Calabria, conseguentemente sospeso e su cui la Suprema Corte di Cassazione dovrà decidere ( non lo ha fatto nell’udienza in camera di consiglio del 23.06.2005 ) in ordine all’afferente richiesta di rimessione, che se accolta restituirebbe al Fera ed agli altri undici personaggi di spicco coinvolti nella vicenda ( tra cui l’allora presidente della Provincia Mauro, due magistrati della Procura ragusana e due di quella di Messina, all’epoca dei fatti diretta dal Procuratore Antonio Zumbo e dal suo vicario Vincenzo romano ), quella stessa qualifica di indagati, magari con le giuste imputazioni, che avevano perso grazie all’operato dei predetti quattro magistrati reggini, odierni indagati; con l’aggravante di dover finalmente accertare quegli stessi fatti ripetutamente denunziati e documentalmente provati e su cui nessuna seria indagine è mai stata provatamente svolta, né dalla Procura messinese, né da quella reggina, costretta ad indiziare di reati i pentiti f.lli Carbonaro, nell’udienza in teleconferenza del 16 settembre 2004, per avere fornito dichiarazioni devastanti per il Fera e del tutto contrastanti con quelle precedentemente rese sulle stesse cose, nell’ambito del denunziato, dal sottoscritto Direttore del Carcere di Ragusa, pilotaggio, di cui furono vittime, ad opera degli stessi ufficiali di polizia giudiziaria, che avevano indagato il Fera, anche in merito alla denunziata richiesta da egli avanzata allo scrivente, di riservare trattamenti di favore ai capi clan Dominante-Carbonaro all’interno del Carcere di Ragusa, u.p.g. che in atto sono coindagati insieme al procuratore di Ragusa.
Va ribadito ancora una volta per chi non avesse letto il precedente articolo, che per rispetto all’Istituzione rappresentata dal Fera e non certamente alla persona, ometto di rivelare chi è stato riconosciuto da Bruno Carbonaro, nell’udienza suddetta, tra le sette persone a lui asseritamente visibili, tra cui il Fera ed il sottoscritto, come colui che faceva riservare trattamenti di favore a lui ed ai suoi fratelli, a Carmelo Dominante ed affiliati, all’interno del Carcere di Ragusa, sotto una direzione dichiaratamente non riconducibile a quella dello scrivente Direttore Spadaro, né temporalmente né attraverso la descrizione fatta dai pentiti, delle sembianze del direttore dell’epoca ( “era bassino e con pochi capelli. etc…etc..” ) , in cui il carcere era asseritamene nelle loro mani “ e perché incutevamo timore alla custodia…, e perché rivolgendoci a qualcuno all’esterno del carcere ottenevano cellulari per tenerci in contatto con alcuni del nostro gruppo fuori…, coltelli…, spostamenti di cella…, lavoro…, colloqui abusivi…, queste cose qua, questi sono i favori.”
La realtà è che, chi scrive, sin dal suo insediamento presso il Carcere di Ragusa, oltre a ridurne in pristino la perduta legalità, ben consapevole dei rischi cui andava incontro, grazie all’intelligente utilizzo di microspie opportunamente piazzate in determinate celle per ben dieci mesi e strettamente collaborando col Prefetto Dott. A.Prestipino Giarritta, col Procuratore della Repubblica Paolo Frasca e col Comandante Provinciale dei Carabinieri Col. Francesco Guarrata, attuale Capo di Stato Maggiore, diede un contributo determinate alla decapitazione del clan Dominante-Carbonaro, che, non si dimentichi, tra la fine degli anni 70 e negli anni ottanta terrorizzò questa provincia con 100 morti ammazzati, mentre il procuratore Fera, dopo due anni di indagini svolte sul Dossier denunzia del Prefetto Prestipino Giarritta ( procedimento penale n.207/93 r.g.n.r.), ne richiese “con argomentate osservazioni” l’archiviazione, prontamente decretata, anche per le stesse persone, tutte riconducibili all’originario clan Dominante-Carbonaro, parte delle quali sarebbero state arrestate dalla neo Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, subito dopo suddetta archiviazione, per associazione di stampo mafioso ( si pensi a tutti i crimini che si sarebbero potuti evitare in questo lasso di tempo ); e fu sempre la Procura della Repubblica diretta dal Fera, che nel febbraio del 1996, tradendo lo spirito e la funzione della Pubblica Accusa e vanificando le accurate, sinergiche indagini del Procuratore Dott. Paolo Frasca, dello scrivente Direttore Penitenziario, dei Carabinieri e della Polizia di Stato, richiese, ottenendola, l’assoluzione nell’udienza finale del processo penale a carico dell’allora maresciallo comandante il nucleo degli Agenti di Custodia del Carcere di Ragusa, da me come sopra denunziato ( subito dopo l’assunzione della Direzione del penitenziario ragusano del 12 aprile 1990 ), rinviato a giudizio e processato perché riservava trattamenti di favore, all’interno del Carcere da me diretto, ai capi clan Dominante-Carbonaro ed affiliati.
Il Procuratore Fera, che ha posto in essere per ben tredici anni, il denunziato e documentato feroce accanimento giudiziario, sin da quando gli rifiutai di riservare trattamenti di favore ai capi clan Dominante-Carbonaro all’interno del Carcere da me diretto ( quegli stessi privilegi, che venivano loro, come sopra, asseritamene elargiti dalla precedente direzione ), unicamente forte del ruolo rivestito e del denunziato corporativismo della categoria di appartenenza, cui ho reagito in perenne stato di legittima difesa, senza mai assumere iniziative, con le armi spuntate della ragione e della difesa tecnica, a fronte degli ostacoli insormontabili frapposti, forse non si è ancora reso conto di aver tirato troppo la corda, che ormai sfilacciata com’è, è prossima alla rottura. Si prepari dunque ad affrontare con la dignità che gli impone il ruolo rivestito, le conseguenze del suo operato e non si faccia venire cattivi pensieri, onde non peggiorare la sua posizione costantemente monitorata e consentire di essere ulteriormente smascherato, com’è avvenuto per la falsa testimonianza documentalmente provata, da egli resa nell’udienza in teleconferenza suddetta e non solo e mi è caro ricordare infine a me stesso ed a quanti mi condividono e non, che una Democrazia compiuta, uno Stato di Diritto qual è il nostro, non può non espellere chicchessia pretenda di continuare ad adottare o fare adottare metodi da dittatura nazi-fascista nella gestione di cariche pubbliche.
Infine, dopo tredici anni di vessazioni ingiustamente subite, unicamente reo di avere fatto fino in fondo il mio dovere di fedele servitore dello Stato, nell’interesse dell’Amministrazione Penitenziaria di appartenenza e dell’elettorato della Provincia Regionale di Ragusa quale Consigliere Provinciale, lancio un appello a tutte le Istituzioni che a vario titolo si stanno occupando
del caso Fera: ognuno faccia il proprio dovere, senza aspettare o far sì che sia l’altro a decidere.
Un fraterno saluto a tutti i lettori.

“Chi è causa del suo mal pianga se stesso”** “Sic transit gloria mundi”

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Dott.Biagio Spadaro, già Direttore Penitenziario, Consiglire Provinciale, V.Presidente di “IbleAmbiente s.r.l.,

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